Resident Evil Requiem, la recensione su Xbox Series X

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Ci sono momenti nella storia dei videogiochi in cui una serie decide di alzare la posta e scommettere tutto su un singolo capitolo. Resident Evil Requiem è esattamente questo tipo di scommessa. Capcom ha scelto di festeggiare i trent’anni del franchise con un gioco che non si limita a fare il compitino ma tenta qualcosa di più ambizioso: raccogliere tutto quello che la serie ha costruito nel corso di tre decenni e trasformarlo in un’esperienza unica comprensiva di horror puro azione cinematografica e una narrazione emotivamente coinvolgente (come raramente si è vista in questo genere).

Il risultato? Un gioco che si posiziona tra i migliori della serie, pur non riuscendo a scrollarsi di dosso certi limiti strutturali che ne frenano il volo. Resident Evil Requiem è il tipo di titolo che riesce a farti urlare di spavento e poi sorridere come un bambino nel giro di cinque minuti. Non è un’impresa da poco e Capcom lo sa bene.

Il gioco racconta le vicende parallele di Grace Ashcroft una nuova analista dell’FBI mai stata nei guai abbastanza grossi da finire in un posto come quello in cui si ritrova e di Leon S. Kennedy (che a questo punto della sua carriera ha visto abbastanza mostruosità da poter scrivere una piccola enciclopedia). I loro percorsi si intrecciano in un’ambientazione horror densa di riferimenti al passato della saga, con un ritmo che nella prima metà è da manuale del survival horror e nella seconda si trasforma in qualcosa di più esplosivo.

Punti di forza immediati: l’atmosfera è da pelle d’oca, la costruzione dei personaggi funziona e il gameplay riesce a soddisfare sia chi ama i momenti di tensione silenziosa sia chi preferisce l’adrenalina pura. Punti deboli altrettanto evidenti: la seconda metà perde un po’ di mordente nel tentativo di celebrare il passato e l’assenza di modalità bonus – come The Mercenaries – lascia un piccolo vuoto sul fronte “rigiocabilità”. Per gli approfondimenti del caso, vi lasciamo alla nostra recensione di Resident Evil Requiem, giocato nella sua versione per console Xbox Series X.

resident evil requiem recensione xbox series x

Storia e personaggi: un doppio viaggio nel terrore

La storia di Resident Evil Requiem prende il via con Grace Ashcroft, una giovane analista dell’FBI che si ritrova invischiata in qualcosa di molto più grande di una semplice indagine. Quello che sembrava un caso di omicidio ordinario la catapulta dentro un incubo biologico, in una struttura di cura dove i morti non rimangono tali. Grace non è una soldatessa, non è abituata a fare a pugni con i mostri.

Leon, invece, è tutto il contrario. Veterano di Raccoon City di innumerevoli missioni di bioterrorismo e di situazioni che avrebbero spezzato chiunque altro, arriva nella storia con quel misto di stanchezza e determinazione che lo ha sempre contraddistinto. Ma questa volta c’è qualcosa di diverso: Leon sente il peso degli anni e delle perdite. Non è più solo il tipo “figo” con una battuta pronta: ha cicatrici invisibili che il gioco decide finalmente di esplorare con una sensibilità narrativa che sorprende.

Il rapporto tra i due personaggi è il cuore pulsante della narrazione. Quando i loro cammini si incrociano scatta qualcosa che va oltre la semplice cooperazione. Grace non vede in Leon solo un punto di riferimento ma anche uno specchio di quello che potrebbe diventare se sopravvive. Leon a sua volta trova in Grace una ragione nuova per andare avanti. È una dinamica semplice ma raccontata con cura e credibilità.

Il ritorno di Raccoon City, come scenario narrativo, è stato una scelta geniale da parte di Capcom. Trent’anni dopo la sua distruzione la città torna a fare capolino nella storia della serie, con tutto il peso simbolico che si porta dietro. I fan della prima ora troveranno riferimenti e ritorni che faranno battere il cuore più forte. Chi si avvicina per la prima volta, invece, troverà comunque una storia che funziona da sola (e senza richiedere enciclopedie).

PRO

  • Grace Ashcroft è una delle protagoniste più riuscite degli ultimi anni nel genere horror grazie a una scrittura che bilancia vulnerabilità e determinazione senza scadere nello stereotipo;
  • Leon raggiunge una profondità emotiva inedita che lo rende finalmente un personaggio completo e non solo una macchina da guerra con battute pronte;
  • I ritorni narrativi legati al lore storico della serie sono gestiti con intelligenza e non risultano mai gratuiti o fine a se stessi;
  • La storia riesce a essere accessibile anche per chi non conosce ogni dettaglio della saga senza però tradire i fan di lunga data;

CONTRO

  • La trama nella sua seconda metà cede il passo alla nostalgia e perde parte della tensione costruita nelle prime ore di gioco;
  • Alcuni personaggi secondari rimangono abbozzati e avrebbero meritato più spazio per essere davvero memorabili;
  • Chi non ha familiarità con la lore della serie potrebbe sentirsi spaesato di fronte a certi riferimenti nella fase finale;

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Gameplay: due facce della stessa medaglia

La scelta più coraggiosa di Resident Evil Requiem, dal punto di vista del design, è anche quella più intelligente: invece di cercare di fondere in modo artificioso horror e azione in un unico personaggio Capcom ha diviso i due stili tra i due protagonisti. Grace incarna l’horror, Leon incarna l’azione: entrambi interpretano questi due ruoli in modo straordinariamente efficace.

Con Grace il gioco torna alle radici più pure del survival horror. Le risorse sono limitate, lo spazio nell’inventario è prezioso, ogni proiettile conta e ogni angolo buio nasconde potenzialmente qualcosa che non si vorrebbe incontrare mai. La sua sezione iniziale ambientata in un centro medico trasandato è un capolavoro di costruzione dell’atmosfera. I corridoi stretti, i rumori distanti, le luci che ballano: tutto concorre a creare quella sensazione di vuoto nello stomaco che i fan del genere conoscono bene (e che mancava da un po’).

I puzzle con Grace sono tornati a occupare uno spazio degno di nota. Non si tratta di enigmi cervellotici ma di sfide che richiedono attenzione all’ambiente e alla narrativa visiva degli spazi. Trovare la soluzione a un problema, esplorando con cura una stanza illuminata da una torcia tremolante, è uno di quei momenti che ricordano perché il genere survival horror esiste.

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Leon è tutta un’altra storia. Il suo gameplay strizza l’occhio ai migliori momenti di Resident Evil 4 con combattimenti frenetici, nemici che reagiscono in modo credibile ai danni e una serie di set-piece che fanno venire voglia di alzarsi dal divano e applaudire. Il sistema di combattimento è stato ulteriormente raffinato rispetto ai capitoli precedenti: i nemici si muovono in modo più imprevedibile, i boss richiedono strategia vera e la fluidità dei controlli è al livello più alto che la serie abbia mai raggiunto.

La struttura degli spazi esplorabili è semiaperta: non siamo di fronte a un open world ma a zone interconnesse che invitano il backtracking senza mai diventare labirintiche o frustranti. Ogni area visitata lascia la sensazione di essere stata progettata con cura millimetrica, senza spazi vuoti o corridoi riempitivi. In circa dieci ore il gioco non spreca un minuto.

Una nota sul sistema di prospettiva: Capcom consente di scegliere la visuale in prima persona per Grace (ideale per massimizzare il terrore) e in terza persona per Leon (perfetta per la frenesia dell’azione) ma lascia anche la libertà di mescolare le opzioni. È un dettaglio che dimostra rispetto per il giocatore e per le diverse sensibilità nel rapportarsi con l’esperienza.

PRO

  • La divisione del gameplay tra i due protagonisti è la soluzione più elegante che la serie abbia trovato al problema del bilanciamento tra horror e azione;
  • Le sezioni con Grace sono tra le più spaventose e coinvolgenti degli ultimi anni nel genere grazie a una costruzione dell’atmosfera impeccabile;
  • Il sistema di combattimento con Leon è il più rifinito della serie con nemici che reagiscono in modo credibile e boss fight memorabili;
  • La struttura degli spazi esplorabili premia l’attenzione e la curiosità senza mai punire il giocatore con labirinti frustranti;
  • La durata di circa dieci ore è calibrata alla perfezione: niente di superfluo niente che sembri tagliato.

CONTRO

  • L’assenza di modalità extra – come The Mercenaries o altri contenuti aggiuntivi – si fa sentire, soprattutto per chi vuole prolungare l’esperienza oltre la campagna principale;
  • Il ritmo nella seconda metà del gioco con Leon scivola verso l’action puro, perdendo parte di quella tensione che rendeva la prima metà così efficace;
  • Alcune meccaniche di crafting con Grace risultano un po’ semplificate rispetto a quanto si potrebbe auspicare in un capitolo così importante.

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Dimensione artistica: una nuova eccellenza

Se c’è un settore in cui Resident Evil Requiem non lascia spazio a critiche è quello della realizzazione tecnica e artistica. Il RE Engine, che Capcom ha plasmato e migliorato capitolo dopo capitolo, raggiunge qui una maturità visiva che lascia senza parole. Ogni ambiente è un dipinto in movimento, dove la luce e l’ombra non sono solo strumenti estetici ma elementi narrativi a tutti gli effetti. Le texture delle superfici, il modo in cui la ruggine si deposita sulle maniglie, il riflesso delle luci fluorescenti sui pavimenti bagnati di sangue: tutto è realizzato con un livello di dettaglio che a tratti mette quasi a disagio. Non perché sia eccessivo, ma perché è così convincente da rendere la sensazione di presenza in quei luoghi quasi fisica.

Il design dei mostri è un altro punto di eccellenza. Gli zombie classici sono tornati ma con un’aggressività e una varietà di comportamenti che li rende nuovamente minacciosi, dopo anni in cui il genere aveva abusato di questa tipologia di nemici. I boss sono creature di rara efficacia visiva: impossibili da dimenticare e soprattutto progettati per far venire voglia di scappare prima ancora di combatterli.

Sul fronte sonoro il gioco è semplicemente magistrale. La colonna sonora oscilla tra silenzi prolungati (che mettono i nervi a dura prova) e improvvisi picchi orchestrali (che accompagnano i momenti di massima tensione o di azione sfrenata). I sound designer hanno lavorato con una precisione quasi scientifica sulla spazialità dell’audio: con un buon paio di cuffie ogni rumore ha una direzione precisa, ogni scricchiolio racconta qualcosa.

Il doppiaggio è eccellente, sia nella versione originale inglese che in quella italiana. Le voci trasmettono le emozioni dei personaggi con autenticità e la recitazione di Angela Sant’Albano per Grace è particolarmente convincente nel rendere ogni momento di paura o determinazione perfettamente credibile.

PRO

  • Il RE Engine raggiunge la sua massima espressione visiva con ambienti dettagliati al punto da risultare quasi opprimenti nella loro credibilità;
  • Il design dei mostri e dei boss è tra i più riusciti dell’intera serie: spaventosi da vedere ancor prima che da affrontare;
  • La colonna sonora è un capolavoro di tensione controllata che sa quando tacere e quando esplodere per amplificare al massimo le emozioni del giocatore;
  • Il sistema audio spaziale è tra i migliori del genere e trasforma ogni sessione con le cuffie in un’esperienza di presenza quasi fisica;
  • Il doppiaggio italiano è di alto livello e non fa rimpiangere l’originale.

CONTRO

  • Alcuni effetti sonori, nella fase finale del gioco, risultano meno incisivi rispetto alla prima metà dove il lavoro sul silenzio e sulla spazialità era particolarmente raffinato.

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Conclusione: Trent’anni non passano invano

Alla fine dei titoli di coda di Resident Evil Requiem ci si trova in quello stato di torpore soddisfatto che i grandi giochi sanno provocare. Quella sensazione che si ha quando si sa di aver vissuto qualcosa di cui si parlerà a lungo. Capcom ha costruito qualcosa che è allo stesso tempo una lettera d’amore ai fan storici e un biglietto da visita per chi si avvicina alla serie per la prima volta.

Non è un gioco perfetto. La seconda metà perde un po’ dello smalto della prima e la decisione di giocare sul sicuro, rinunciando a sperimentare con più coraggio, rimane il limite più evidente di un titolo che avrebbe potuto osare ancora di più. Ma in un panorama videoludico come quello attuale, dove molte serie iconiche faticano a trovare una direzione, Resident Evil Requiem dimostra che trent’anni di storia possono essere una risorsa anziché un peso.

Grace Ashcroft è una protagonista nuova ma già amata. Leon Kennedy è diventato qualcosa di più di un’icona pop: è un personaggio che finalmente porta i segni delle sue battaglie in modo convincente. Il gameplay divide in modo intelligente, due filosofie di design che si completano a vicenda. La realizzazione tecnica è semplicemente tra le migliori disponibili sul mercato in questo momento.

Resident Evil Requiem
  • 9/10
    Storia, personaggi e contesto - 9/10
  • 9/10
    Controlli/Gameplay - 9/10
  • 9.5/10
    Dimensione artistica - 9.5/10
  • 9/10
    Intrattenimento - 9/10
9.1/10

Conclusioni

Resident Evil Requiem è il tipo di gioco che giustifica l’acquisto di una console. È un’esperienza che lascia qualcosa e che ricorda perché il survival horror come genere ha ancora così tanto da dire. Capcom non ha solo festeggiato trent’anni di storia. Ha dimostrato che il futuro di questa serie è ancora davanti a noi. E che fa ancora molta più paura di quanto ci si aspetti.

Dino Cioce
39 anni, sposato e padre di due bellissimi bambini; anche se il tempo è poco e gli impegni sono tanti, trovo sempre un momento per dedicarmi al mio mantra e al mio credo. I AM A GAMERCRACY
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