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E siamo arrivati al quarto capitolo in questo cammino intrapreso da Capcom nel regno dei Remake, con Resident Evil 4 Remake, il titolo di questa nostra recensione. Il titolo che ha segnato un taglio netto con il passato della serie, quando nel lontano 2005 il Game Director Shinji Mikami decise di voltare pagina ed introdurre una bella dose di action. Non fu l’unica cosa a destare stupore, visto che il gioco restò per circa un anno esclusiva Nintendo Gamecube

Quello che è stato è stato, ed oggi, senza il buon vecchio Mikami, il team di sviluppo che si è occupato già dei due precedenti Remake – precisamente il secondo e il terzo capitolo – eredita quello che possiamo definire il titolo più “scomodo” della serie. Gli sviluppatori non hanno voluto calcare troppo la mano, restando aderenti alla “traccia”, senza però non disdegnare alcune innovazioni lato gameplay. 

La carne al fuoco è parecchia, indi per cui cerchiamo di non rubarvi altro tempo con le nostre consuete premesse. Vi lasciamo, quindi, alla recensione di Resident Evil 4 Remake

COINVOLGIMENTO

Un nuovo appuntamento con la storia, che ci riporta a quasi 20 anni fa e che oggi viene celebrato con un remake dal sapore nostalgico, senza dimenticare quali sono i gusti e le tendenze di oggi.

Prime impressioni e interpretazione del genere

Parlare adesso di Resident Evil 4 è come parlare di un altro gioco. La filosofia dietro questo remake affonda sì le radici nel passato, ma le menti “progettuali” non sono più le stesse di quelle di quasi 20 anni fa. All’epoca c’era un tale di nome Shinji Mikami, il maestro del survival horror made in japan e padre della storica trilogia di successo. Il titolo venne creato per tentare la via dell’action e scrollarsi di dosso quel mantello dell’ansia da situazioni horror simil claustrofobiche. Senza, poi, considerare la questione Gamecube e il fatto che il gioco nasceva come esclusiva temporale Nintendo. Ma questa è un’altra storia.

Resident Evil 4 Remake arriva oggi quasi come un nuovo gioco. Salvo alcune situazioni che creano qualche nodo alla gola, l’anzianità simil ventennale ha fatto benissimo al gameplay, che trasuda molto più action rispetto alle volontà del buon Mikami. Quella pesante eredità viene egregiamente raccolta e portata avanti, ancora meglio dei due precedenti Remake, Resident Evil 2 e Resident Evil 3. Le prime impressioni sono state decisamente più che positive, trascinati nel nuovo dramma che vivrà il povero Leon senza nemmeno passare dal via.

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Fattore ripetitività e scalabilità livello di difficoltà

Capcom ci tiene particolarmente a questo aspetto, costruendo un sistema di gioco in grado di agevolare più o meno tutti quelli che non sono avvezzi né con la saga e né tanto meno con il genere. Non vi nascondiamo che il livello di frustrazione, giocato a difficoltà elevate, è piuttosto significativo. Soprattuto quando vi sono delle sessioni strutturate “ad ondate”, con gli abitanti del villaggio che fiutano la vostra paura e attaccano in branco. Tanto di cappello alla progettazione dell’AI dei nemici vari ed eventuali.

Suddividendo il gioco in 3 zone principali – villaggio, castello ed isola – vi sono 3 ecosistemi di gioco che portano con sé delle regole tacite di ingaggio. Una scelta progettuale in grado di rinnovare costantemente l’interesse per il gioco, anche se notiamo un leggero sbilanciamento circa la “durata” di queste diverse zone. Un problema simile rispetto quanto visto in Village, con il castello della Dimitrescu che valeva quanto tutto il gioco, e la restante parte che minimamente sfiorava il climax emozionale vissuto nella dimora della procace vampiressa.

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CONTESTO DI GIOCO

Leon S. Kennedy ritorna in una versione più dark di quando era a Raccoon City. Deve salvare la figlia del Presidente degli Stati Uniti, in un posto dimenticato da Dio e con una setta di infetti che fa rimpiangere i cari e vecchi e zombie.

Storia e protagonisti

Torna in campo il buon Leon S. Kennedy, a distanza di 5 anni dai fatti che lo hanno visto coinvolto in Raccoon City. Il governo, dopo quella notte, gli fece una proposta che non contemplasse un suo rifiuto e quel distintivo, appena ottenuto, fini per essere dimenticato. Ed eccolo di nuovo sul campo, profondamente diverso da quell’imberbe ragazzo costretto a sparare i suoi primi colpi d’arma da fuoco contro un esercito di non morti. Adesso è un agente governativo, super addestrato, profondamente segnato e con qualche senso di colpa non ancora superato (ebbene sì, ci riferiamo proprio a Lei).

La missione è quella di salvare Ashley, la figlia del Presidente degli Stati Uniti, rapita da una setta che si fa chiamare “Los Illuminades”. Le indagini lo conducono in uno sperduto paesino rurale della Spagna. Ad aiutarlo ci sarà solo un’operatrice della sala di controllo. Ovviamente non sarà solo, e ad aspettarlo ci sarà sempre una nuova mutazione del virus made in Umbrella Corporation (o quanto meno di quella che ne è rimasta).

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Credibilità rispetto al genere

Chiariamo subito un aspetto fondamentale: questo remake non cambia quasi nulla a livello di storia. Un chiarimento che giustifica anche le sequenze narrative e tutta l’atmosfera che si respira in fase di gameplay. Un contesto che abbiamo già avuto modo di vivere circa 20 anni orsono, e che è piacevole ritrovare in questo remake. Come se fosse una piccola finestra di tempo traslata di qualche anno ed opportunamente rimessa a lucido. Da notare come questa operazione di rifacimento sia stata meno invasiva dei suoi predecessori, segno che la community ha giocato un ruolo fondamentale in fase di pre-sviluppo.

Ci viene difficile giudicarlo come un survival horror, per quanto il nostro cuore sia votato all’amore incontrastato verso l’eredità videoludica del buon Shinji Mikami. Per carità, le sessioni giocate nel castello producono delle secchiate di ansia che la metà basta. Già nel villaggio, però, si percepisce “la via” dell’action, con il buon Leon che ha imparato a schivare, difendersi e assestare qualche bel calcio rovesciato. E meno male – aggiungiamo – visto che le orde dei seguaci di questo macabro culto non vanno per mai per il sottile (e se non ci credete chiedetelo al macellaio con la motosega).

resident evil 4 remake Leon pistola

CONTROLLI/GAMEPLAY

Tra passato e presente, il gameplay resta la croce e delizia del noto survival action made in Capcom. Oggi il pubblico è molto più esigente di quello del 2005. Quando si parla di action chi sta dall’altra parte del controller si aspetta di ritrovarlo. 

Feeling, complessità e accessibilità dei controlli

Per non scontentare nessuno, Capcom offre diverse impostazioni di layout dei controlli, 6 per la precisione, per incontrare il palato dei puristi e non disdegnare l’interesse dei “novizi”. Considerate che il gioco venne realizzato inizialmente per Gamecube, in esclusiva temporale. Questo significa che gli sviluppatori, nel lontano 2005, fecero delle valutazioni che rendevano appetibile il gioco per quella tipologia di console e quel determinato controller.

Quella semplificazione, figlia del controller dell’ehi fu console Nintendo, si scontra con l’attuale complessità degli attuali pad. Indi per cui si è reso necessario un restyle del vecchio layout per “spalmare” meglio l’elenco delle cose che Leon sa e deve fare. Ma non spaventatevi, la semplicità è dietro l’angolo

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Struttura del gameplay e coerenza con il genere

Giocare a Resident Evil 4 Remake è vero e proprio tuffo nel passato. È una prova di forza di un gameplay che si dimostra solido a distanza di quasi un 20ennio da quel suo approdo, prima su GameCube, e poi sulle altre piattaforme di gioco. Oggi manca il suo padre biologico, questo lo dobbiamo ricordare per dovere di cronaca, come anche il fatto che tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione di questo rifacimento hanno riservato lo stesso amore e la stessa passione “di un tempo”.

Una premessa che suona come la quiete prima della tempesta. Ebbene siamo contenti a metà di questa nuova release del gameplay. La voglia di action di oggi è molto più intensa di quella di ieri. La prima sequenza, quella prima dei rintocchi “salvezza” di quella dannata campana, poteva funzionare per chi arrivava dai precedenti capitoli pro-survival. Oggi che siamo immersi in un mondo che gira tra i 60 ed i 120 fps ci troviamo davanti ad un impossibilità oggettiva di essere immediati ed attendere quelle sequenze pre-impostate che il gioco ha in serbo per noi.

In verità il nostro non sa solo correre e fuggire, solo che ci vuole un po’ prima di prendere confidenza con la concezione di “melee attack” secondo Capcom. Una sequela di mini QTE che fanno la loro comparsa in determinate situazioni e posizioni, e con le giuste armi equipaggiate. Una scelta che può incontrare il palato dei puristi e meno di quelli che si presentano al cospetto del gioco per prima volta (ebbene sì esiste anche questa possibilità). Magari un qualcosa di più dinamico e spontaneo poteva essere una soluzione più in linea con i tempi.

Al netto di questa iniziale perplessità, la possibilità di muoversi e sparare contemporaneamente arriva come una ventata di aria fresca. Stesso discorso per quel approccio stealth, che si percepisce ancora meglio di un tempo ed aiuta anche a stimolare una visione alternativa sul da farsi. Una considerazione da fare anche al netto rivisitazione dell’intelligenza artificiale dei vari “cattivi” di turno, che non sembrano più ancorati al “compitino” voluto dal pattern ma sembrano adattarsi meglio al nostro comportamento

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DIMENSIONE ARTISTICA

Sia lodato il RE Engine, motore in-house del colosso giapponese che, ancora una volta, non sbaglia il colpo. Una sicurezza in questo filone dei “remake” –  e non solo – in grado di sintetizzare al meglio prestazioni e risoluzione. 

Ambientazione, stile e fattore immersione

La cura delle ambientazioni e dei suoi dettagli sono state sempre la prerogativa del team degli artisti che si muovono nel dietro le quinte dello sviluppo. Dal villaggio rurale sino alla spiaggia, passando ovviamente per il castello, ogni contesto è un vero tripudio di dettagli infinitesimali. Un discorso che va anche oltre la solita scelta tra grafica e prestazioni, visto che la musica non cambia di molto. Colori tetri e desaturati aiutano ad enfatizzare questo costante senso di nausea, dove ogni cosa è servita senza censura e filtri di sorta.

E poi c’è tutta la costruzione della scena, che parte anche dalla fotografia e non solo dalle situazioni. Il dramma si vive sulla propria pelle, una nuova dimensione della paura che esce dalla sfera claustrofobica per incontrare quella dell’essere solo contro tutti. E poi, quando si deve proteggere la figlia del presidente questa paura del non farcela diventa ancora più pressante, con il peso della responsabilità che dipende dal nostro comportamento. Questione di stile, certo, ma Capcom non sbaglia veramente un colpo.

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Livello di definizione grafica

Il RE Engine è ormai diventato una sicurezza sotto tutti i punti di vista. Nei precedenti due Remake si era capito che la direzione intrapresa era quella giusta, con quella precisa volontà di puntare alla conquista della luce, anche in vista della rivoluzione chiamata ray tracing. Il motore in-house del noto colosso giapponese aveva i numeri giusti per portare a casa un risultato storico, ed ecco che è giunto in Resident Evil 4 Remake. Non vogliamo essere troppo di parte, ma graficamente abbiamo davanti un prodotto di fattura eccezionale.

Non siamo stupiti, se dobbiamo proprio essere del tutto onesti. Resident Evil Village, forte anche della prospettiva in prima persona, concedeva il lusso di apprezzare meglio questa componente. Quello che adesso premia è il concetto di insieme più che di dettaglio macro, con una costruzione delle atmosfere semplicemente fantastica. Prima ancora di capire cosa occorrerà fare a livello di gameplay, la sensazioni visive spoilerano senza filtri quello che sarà.

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Colonna sonora ed effetti audio

E se le sensazioni visive fanno il loro giusto compito, quelle uditive non sono rimaste lì a guardare (o forse è meglio origliare). Con l’ausilio di un giusto supporto acustico (cuffie auricolari su tutti), Resident Evil 4 Remake fornisce degli stimoli uditivi che consentono un discreta spazializzazione del pericolo. Meglio negli spazi chiusi che in quelli aperti, con una gestione dei rumori sordi e degli echi piuttosto interessante.

Considerazioni che facciamo al netto della nostra esperienza di gioco su console Xbox Series X, immaginando il risultato su PS5 e il suo Audio 3D. Detto questo, il livello di dettaglio acustico offerto dal tecnologia DTS fornita con l’ammiraglia Microsoft fa quasi dimenticare questo grande assente

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INTRATTENIMENTO

Prima arriva il seguito e poi arriva il gioco, la scia di entusiasti ed entusiasmo dietro al remake di questo quarto capitolo della saga regolare è cosa assai nota. Vedere per credere, o forse è meglio dire “streammare” per credere. 

Modalità di gioco e rigiocabilità

In attesa dell’imminente arrivo di Mercenaries, segnaliamo che al momento l’unica modalità giocabile è quella storia. L’avventura è suddivisa in capitoli, entro i quali si esauriscono le varie cose da fare, sia lato storia che gameplay. Al netto dei diversi finali da conquistare, viene difficile pensare che una volta terminata l’esperienza di gioco con Resident Evil 4 Remake, il giocatore abbia voglia di ri-avere a che fare con i seguaci della setta dei Los Illuminados. Completisti a parte, sia ben chiaro.

Feature multigiocatore e predisposizione allo streaming

E beh, qui siamo davanti al classico esempio del “ti piace vincere facile”. Resident Evil 4 Remake è una sicurezza dal punto di vista del seguito, oltre al fatto che consente di costruire uno show a tema con cui intrattenere il pubblico anche con le varie situazioni al cardio palma. Per quanto la modalità multigiocatore manchi a livello di storia, non possiamo ancora esprimerci circa la sua presenza in Mercenaries, il prossimo DLC gratuito in uscita verso i primi di aprile.

RASSEGNA PANORAMICA
Prime impressioni
9.0
Contesto di gioco
9.0
Controlli/Gameplay
8.0
Dimensione artistica
10.0
Intrattenimento
8.5
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resident-evil-4-remake-ps5Il titolo che ha segnato un taglio netto con il passato della serie, quando nel lontano 2005 il Game Director Shinji Mikami decise di voltare pagina ed introdurre una bella dose di action. Oggi quella scelta arriva come una cosa piuttosto normale, con il gameplay che non sembra più così avanti con i tempi. Artisticamente parlando, non abbiamo granché da commentare. Puro godimento.