God of War: Sons of Sparta, la recensione su PS5

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C’era una volta — molto prima delle ascie e degli dèi norreni — un ragazzo che imparava a diventare un mostro. Non era ancora il Fantasma di Sparta, non aveva ancora sangue sulle mani e cenere sulla pelle. Era solo un ragazzo che correva tra i templi della Laconia cercando di capire cosa significasse essere uno spartano. God of War: Sons of Sparta arriva come un progetto inaspettato: shadowdroppato durante uno State of Play di febbraio 2026 senza preavviso e senza il tempo di costruire aspettative. Il risultato è un gioco che si lascia giocare con piacere ma che fatica a lasciare il segno nel modo in cui ci si aspetterebbe da un nome così pesante.

Il gioco è sviluppato principalmente da Mega Cat Studios — una software house specializzata in produzioni in stile retrò — con la supervisione di Santa Monica Studio. La scelta racconta già tutto: questo non è un titolo tripla-A ma un progetto più contenuto, pensato per esplorare una parte della storia di Kratos che non abbiamo mai visto. Un prequel ambientato prima di tutto: prima del tradimento, prima della furia e prima della leggenda.

I punti di forza emergono presto. La storia del rapporto tra Kratos e il fratello Deimos funziona meglio di quanto ci si potesse aspettare, la colonna sonora è una sorpresa concreta e il combat system migliora sensibilmente con l’avanzare del gioco. Detto questo però i problemi non mancano: il primo paio d’ore è lento e fatica a convincere e la violenza — marchio di fabbrica del franchise — risulta qui addomesticata fino a sembrare quasi irriconoscibile. Il gioco, come metroidvania, non introduce nulla che il genere non abbia già visto e rivisto.

Tra pro e contro, scopriamo il racconto della nostra esperienza nella recensione di God of War: Sons of Sparta, giocato, vi ricordiamo, nella sua versione per console PS5.

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Storia e personaggi: fratelli di sangue e di Sparta

La struttura narrativa di Sons of Sparta è forse la sua scelta più intelligente. Un Kratos adulto — la voce inconfondibile di TC Carson che torna al ruolo per la prima volta dai tempi di Ascension — racconta la storia alla figlia Calliope. Chi conosce la saga sa già come va a finire quella relazione. Questo livello di malinconia nascosta sotto la superficie della narrazione è esattamente il tipo di profondità emotiva che ci si aspetta da questo franchise.

La vicenda in sé è semplice: un giovane Kratos e il fratello minore Deimos — due cadetti dell’Agoghé spartano — decidono di mettersi sulle tracce di Vasilis un loro compagno di addestramento misteriosamente scomparso. Da questo pretesto abbastanza modesto parte un’avventura che attraversa la regione della Laconia tra templi, biomi variegati e creature mitologiche. La trama non mira all’epicità dei capitoli principali e fa bene a non provarci: quello che offre invece è qualcosa di più intimo.

Il cuore del racconto è il contrasto tra i due fratelli. Kratos ragazzo è rigido disciplinato ossessionato dalle regole dell’Agoghé: per lui il codice spartano non è negoziabile. Deimos è l’opposto — impulsivo emotivo pronto a seguire l’istinto anche quando questo significa infrangere ogni regola. La dinamica funziona perché è credibile: chiunque abbia avuto un fratello o una sorella riconoscerà qualcosa in quel modo di punzecchiarsi continuamente mentre si affronta il pericolo insieme. Il loro scambio di battute è spesso genuinamente divertente e regala alcuni momenti di leggerezza rari nel tono solitamente cupo della saga.

Dove la narrativa inciampa è nella mancanza di una vera posta in gioco. Vasilis non è un personaggio abbastanza sviluppato da giustificare l’intera avventura come motore emotivo principale. Le minacce che i due fratelli incontrano sono concrete sul piano del gameplay ma raramente trasmettono un senso di pericolo reale sul piano della storia. Il rapporto tra i due è il punto di forza ma l’obiettivo narrativo, che li spinge avanti, è troppo piccolo per reggere il peso di un’intera avventura.

Il terzo atto accelera verso il finale in modo un po’ brusco, lasciando alcune domande senza risposta soddisfacente. Ma i momenti migliori — quelli in cui Kratos, il narratore adulto fa trapelare qualcosa di più pesante di quello che le parole dicono — sono da brividi per chi conosce quello che verrà.

PRO

  • Il doppio livello narrativo con Kratos adulto narratore aggiunge profondità emotiva silenziosa;
  • La dinamica tra i due fratelli è credibile e funziona sia nei momenti seri che in quelli leggeri;
  • Il contesto dell’Agoghé spartano è reso con cura storica e mitologica convincente.

CONTRO

  • Vasilis come catalizzatore narrativo è troppo debole per reggere il peso di tutta l’avventura;
  • Il terzo atto brucia le tappe sacrificando la respirazione emotiva a vantaggio del ritmo;
  • Alcune sottotrame secondarie vengono abbandonate senza una chiusura degna.
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Gameplay: greco antico con meccaniche (quasi) moderne

Sons of Sparta è un metroidvania nella sua forma più classica e onesta. La regione della Laconia è una mappa interconnessa composta da 21 aree, con biomi distinti che si attraversano andando avanti e tornando indietro man mano che si acquisiscono nuove abilità. La struttura è pulita e leggibile: difficile perdersi, anche perché il mondo di gioco è volutamente contenuto e l’obiettivo è sempre ben indicato.

Il combat system parte da una base semplice — attacchi base con lo scudo e la lancia più i Doni dell’Olimpo come abilità speciali — e si espande con l’avanzare delle ore. Ed è proprio in questo eccesso di semplicità che si annida il primo grande dilemma dietro al gameplay: le prime ore sono terribilmente piatte. Una routine che vede sempre la solita solfa bloccare-schivare-attaccare, bloccare-schivare-attaccare. Non c’è abbastanza varietà iniziale per rendere gli scontri stimolanti e chi non ha la pazienza di aspettare rischia di mollare troppo presto. Le prime quattro ore sono le meno convincenti dell’intera esperienza. Se si resiste, però, si viene ricompensati.

La svolta arriva intorno alla metà del gioco, quando il sistema di combo – tramite i modificatori L1 e R1 – comincia a dispiegarsi davvero. Da quel punto gli scontri acquistano una complessità soddisfacente che richiede lettura dei pattern nemici e scelte sul momento. Le boss fight sono il momento in cui il gioco dà il meglio di sé: ognuno ha fasi distinte e richiede un approccio specifico invece del solito button smashing.

Il sistema di progressione mescola gli orb di sangue classici della saga greca con una struttura di equipaggiamento più vicina ai capitoli moderni. Il risultato è “familiare” per i fan di lunga data ma non particolarmente incisivo: i potenziamenti sono utili ma raramente cambiano il ritmo del gioco in modo significativo. In generale, lo skill tree si presenta come troppo “conservativo”.

Un capitolo a parte merita la questione della violenza. God of War — specialmente la saga greca originale — era noto per le sue finisher spettacolari e per una brutalità visiva esplicita che era parte integrante dell’identità del franchise. Sons of Sparta sceglie deliberatamente di addomesticare tutto questo. Gli scontri non hanno l’impatto fisico che ci si aspetta e non ci sono esecuzioni memorabili. La violenza è presente ma sterilizzata, una scelta comprensibile per un gioco che racconta un protagonista più giovane ma che lascia comunque un senso di “qualcosa che manca”.

L’esplorazione è piacevole ma non brillante. I puzzle ambientali sono presenti e sufficientemente variati ma non offrono mai quella soddisfazione da eureka che i migliori esponenti del genere sanno regalare. Il viaggi rapidi arriva troppo tardi — quasi alla fine dell’avventura — rendendo il backtracking nelle fasi intermedie più noioso del necessario.

PRO

  • Il combat system nella sua fase matura è solido e soddisfacente con una varietà di combo apprezzabile;
  • Le boss fight sono strutturati per fasi e richiedono lettura e adattamento;
  • La progressione mescola bene il sistema classico degli orb con quello più moderno dell’equipaggiamento;
  • Il level design non è labirintico ma connette bene le aree senza mai disorientare.

CONTRO

  • Le prime quattro ore sono lente piatte e faticose: il gioco impiega troppo a carburare;
  • La violenza è addomesticata rispetto agli standard della saga e l’assenza di finisher spettacolari si fa sentire;
  • Il viaggio rapido utile arriva troppo tardi rendendo il backtracking intermedio faticoso
  • Deimos è presente nella storia ma assente nel combattimento: una scelta difficile da giustificare;
  • L’albero delle abilità è conservativo e raramente produce momenti di svolta nel gameplay.

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Dimensione artistica: pixel con ambizioni (e qualche Limite)

Lo stile visivo di Sons of Sparta è probabilmente l’aspetto più divisivo dell’intera produzione. Mega Cat Studios ha scelto un’estetica pixel art che richiama God of War: Betrayal del 2007 (l’unico capitolo mobile della saga originale). L’intenzione è chiara: un ritorno visivo alle origini che si abbini al ritorno narrativo alle origini di Kratos. Il problema è che questa scelta si porta dietro un’esecuzione che ha del “divisivo”.

Le aree principali — i templi, i boschi e le rovine — hanno una certa coerenza estetica e un uso del colore che funziona. Ma alcune zone secondarie mostrano una cura del dettaglio inferiore e il risultato complessivo è quello di una produzione che oscilla tra momenti visivamente riusciti e altri che sembrano lasciati a metà. La direzione artistica nella sua impostazione di fondo è comunque rispettabile. I nemici iconici del pantheon greco — Meduse, Gorgoni, Minotauri e Satiri — sono resi con una fedeltà stilistica apprezzabile per i fan della saga classica. C’è un evidente fanservice in questa scelta e funziona: rivedere quelle creature in questo formato retrò ha un suo fascino specifico che non dipende dalla qualità tecnica ma da qualcosa di più emotivo.

Dove il gioco non fa passi falsi è nella colonna sonora. È il punto di forza più trasversale dell’intera produzione: sorprende per qualità in un titolo di questa portata. Le tracce accompagnano ogni fase dell’avventura con un’intensità che sa quando spingere e quando fermarsi. I momenti di silenzio o di musica minimale sono scelti con intelligenza. Le percussioni, durante i combattimenti, hanno un peso che il gameplay non sempre riesce a restituire sul piano visivo. Una sorpresa, se parametrata allo sforzo produttivo generale, ma la cifra stilistica è inconfondibile: stiamo pur sempre parlando di God of War, non dimentichiamolo.

PRO

  • La colonna sonora è di qualità superiore alle aspettative per un progetto di questa dimensione;
  • Il fanservice visivo con i nemici classici della saga greca funziona per i fan storici;
  • La coerenza stilistica nelle aree principali mantiene un’identità visiva riconoscibile.

CONTRO

  • L’estetica pixel art divide e alcune zone secondarie mostrano una cura del dettaglio insufficiente;
  • La direzione artistica preferisce l’omaggio nostalgico all’originalità visiva vera e propria;
  • L’assenza di animazioni di esecuzione spettacolari toglie impatto visivo agli scontri.

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In conclusione

Sons of Sparta è un gioco onesto. Non cerca di essere qualcosa che non è, o almeno non del tutto. È una storia più piccola raccontata con mezzi più contenuti su un personaggio che siamo abituati a vedere in dimensioni enormi. E in questa onestà c’è un suo valore specifico.

Il gioco funziona meglio come tassello narrativo che come esperienza di gameplay autonoma. Se siete fan della saga — e siete stati testimoni dei tragici eventi vissuti nel primo God of War e avete pianto con Kratos nel 2018 — qui trovate qualcosa che aggiunge strati di significato a un personaggio che già amate. La struttura, con Kratos narratore adulto che racconta alla figlia ignara del destino che l’attende, è il tipo di scelta che fa un certo effetto e che richiede di conoscere la storia per funzionare davvero.

Se invece siete cacciatori di metroidvania di qualità e avete già giocato Prince of Persia: The Lost Crown o Hollow Knight aspettatevi qualcosa di meno ambizioso. Sons of Sparta non vi darà quel senso di scoperta e di progressione che i migliori esponenti del genere sanno regalare. È un metroidvania solido ma scolastico. Funziona senza mai sorprendere, e in un genere dove la sorpresa è una delle valute principali questo conta.

La valutazione finale dipende molto da dove ci si posiziona. Fan della saga? Vale i 30 euro richiesti e offre qualcosa di genuinamente commovente nei suoi momenti migliori. Cercatori del prossimo grande metroidvania? Probabilmente ci sono scelte migliori sul mercato. Curiosi che vogliono una storia di God of War a basso rischio economico? Anche qui la risposta è sì, purché si abbia la pazienza di resistere alle prime ore.

Sons of Sparta è il tipo di gioco che tra qualche anno verrà ricordato più per quello che rappresenta — l’inizio di una tendenza verso produzioni PlayStation più focalizzate e accessibili — che per quello che è. Ed è possibile che nel contesto di una saga che sta per tornare con un remake della trilogia greca originale questo capitolo acquisterà un significato ancora maggiore. Per ora però rimane quello che è: un racconto di formazione gradevole ma prudente.

PANORAMICA DELLE RECENSIONI

Storia, personaggi e contesto
8.0
Controlli/Gameplay
7.5
Dimensione artistica
7.0
Intrattenimento
7.0

Sommario

Il gioco funziona meglio come tassello narrativo che come esperienza di gameplay autonoma. Necessario per i fan storici della saga, accessorio per i cacciatori di metroidvania. Sons of Sparta è il tipo di gioco che tra qualche anno verrà ricordato più per quello che rappresenta, ossia l'inizio di una tendenza verso produzioni PlayStation più focalizzate e accessibili.
Dino Cioce
39 anni, sposato e padre di due bellissimi bambini; anche se il tempo è poco e gli impegni sono tanti, trovo sempre un momento per dedicarmi al mio mantra e al mio credo. I AM A GAMERCRACY
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Il gioco funziona meglio come tassello narrativo che come esperienza di gameplay autonoma. Necessario per i fan storici della saga, accessorio per i cacciatori di metroidvania. Sons of Sparta è il tipo di gioco che tra qualche anno verrà ricordato più per quello che rappresenta, ossia l'inizio di una tendenza verso produzioni PlayStation più focalizzate e accessibili. God of War: Sons of Sparta, la recensione su PS5