dead island 2 recensione xbox series x

Andiamo a caccia di feroci zombie assetati di sangue in Dead Island 2, il titolo di questa nostra recensione per console Xbox Series X. Siamo lontani un circa un decennio dal massacro andato in scena sull’isola di Papua Nuova Guinea. La next-gen è stata una manna dal cielo per gli sviluppatori di Dambuster Studios e Deep Silver, puntando forte su un comparto artistico che definire “da brividi” è un eufemismo. Tanto sano humour e violenza gratuita, per questo action RPG immerso in un contesto open world.

Il nuovo massacro andrà in scena nei ricchi quartierti di Los Angeles, partendo da Beverly Hills sino ad arrivare a Venice Beach. Nome in codice HELL-A, con 6 personaggi pronti a sporcarsi le mani di sangue e non solo. Non per deboli di stomaco, complice un engine che simula la fisica dello smembramento dei vari corpi. Per adesso siete avvisati, ma se volete conoscere l’esito della nostra esperienza vi lasciamo alla recensione di Dead Island 2, titolo, vi ricordiamo, provato su console Xbox Series X.

Paura e delirio a HELL-A

Los Angeles è stata invasa dagli zombie assetati di sangue e carne umana e i pochi rimasti si sono rifugiati nella loro lussuose ville sulla colline della verdeggiante Beverly Hills, trasformate per l’occasione in vere e proprie fortezze armate. Si è passati dallo splendore naturale dell’isola caraibica di Papua Nuova Guinea, teatro degli eventi del primo capitolo,  alla parte bella e ricca della città degli angeli, dove i VIP si divertivano a fare baldoria e trovare un pretesto per farsi paparazzare.

Tutto bello, sino alla notte in cui tutto è cominciato, con l’umanità divisa in due: non morti in cerca di carne umana e sopravvissuti. Lo spartiacque, in tutto questo, siamo noi e la nostra presunta immunità genetica.

Per uno strano caso del destino l’aereo su cui viaggiavamo precipita rovinosamente sul ricco quartiere e noi tra i pochi e (s)fortunati sopravvissuti. Sul sedile di questo aereo, in procinto di schianto, ci viene posta la prima domanda: con quale personaggio vogliamo dare vita a questa mattanza?. 6 personaggi – Amy, Bruno, Dani, Ryan, Carla e Jacob – in cerca di fama è successo, ognuno con i propri punti di forza e debolezza che denotano la forte presenza di una matrice ruolistica dietro la costruzione dell’architettura del gameplay.

Un teatro macabro in formato open world, dove siamo giudici ed esecutori delle innumerevoli sentenze di morte che andremo ad eseguire senza bisogno di un processo. In palio, oltre a trovare una via d’uscita da questo inferno losangelino, c’è la nostra preziosa incolumità.

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Il grinding è fondamentale, ed è inevitabile vista la presenza di uno skill tree che possiamo definire atipico per il genere. L’obbiettivo è quello di costruire un deck, un mazzo di carte dove ognuna di esse rappresenta una skill o potenziamento passivo da poter equippagiare. Una build, giusto per capirci, che dipinge una personalissimo modo di giocare.

Tra le due componenti, quella action e quella ruolistica, la prima giunge ben più marcata della prima. Una scelta che enfatizza, nel migliore dei modi, tutto il dinamismo presente in Dead Island 2. In tema di “eccessi” segnaliamo anche la presenza di una notevole carica di eccentricità che caratterizza la storia e i personaggi del nuovo titolo ideato e sviluppato da Dambuster Studios e Deep Silver. Un aspetto che non sempre accogliamo con un sorriso, visto che quando diventa “troppo” si vengono a creare delle situazioni ai limiti del surreale per quanto la situazione stessa, di base, non lo è affatto. Un’alternanza, insomma, tra una risata e una sbuffata.

Per quanto la storia non spicchi per originalità (anche se vi sono diversi momenti piacevoli dal punto di vista narrativo), le meccaniche e le dinamiche di gioco riescono comunque a trasportarci prepotentemente dentro il teatro dell’orrore di HELL-A, e non ci si mette nemmeno troppo a capire “cosa fare” e “come farlo”.

Massacrare tutto quello che si muove ed ha le sembianze di un mostro assetato di sangue, niente di più elementare. Dead Island 2 propone un gameplay che premia la fedeltà e la voglia di chi vuole “spendere” del tempo a sviluppare il proprio personaggio. Un investimento che non dà i suoi frutti nel brevissimo termine, indi per cui, se siete amanti del “tutto e subito”, è un aspetto che dovete mettere in conto. Ma non disperatevi, ad HELL-A il tempo è una variabile “relativa”.

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Cosa significa imparare dal passato

Lo sviluppo di Dead Island 2 è durato circa 9 anni, con due rinvii messi a segno dalla software house. Se vogliamo essere “cattivi”, potremmo anche ricordare il lancio non proprio idilliaco del primo capitolo, con tutte le problematiche legate al gameplay e alla resa finale. Un vero peccato, visto che non rendevano giustizia a quell’originalità dell’idea di base, che portava una vera e propria ventata di freschezza nella categoria dei zombielike. Tutto grazie ad un’impronta marcatamente survival servita con un bel contorno di action e di humour e il senso di completa libertà tipico degli open world.

L’eredità raccolta in quella prima esperienza del 2011 è servita agli sviluppatori per capire su cosa puntare in un ipotetico capitolo futuro, che poi sarebbe giunto a noi a distanza di quasi un decennio. L’attesa è però valsa la pena, così come i due rinvii precedentemente citati.

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Un decennio per comprendere come sfruttare al meglio il canto del cigno dell’Unreal Engine 4, spremuto, per quest’occasione, al massimo della sua potenza. Vi dobbiamo, però, confessare che la scelta di presentarsi sulle console di nuova generazione con un motore grafico che, di fatto, è arrivato “alla frutta” ci lasciava alquanto perplessi. Una perplessità che è sfumata appena ci siamo trovati di fronti all’eccellente lavoro svolto dagli sviluppatori.

Sotto il profilo artistico, beh, il termine che meglio descrive le nostre impressioni è solo uno: esterefatti. Oggettivamente non siamo riusciti a cogliere delle imperfezioni evidenti e tali da inficiare sull’esperienza di gioco. I dev ci hanno anche evitato l’imbarazzo del dover scegliere tra grafica e prestazioni, auto-regolando fps e risoluzione a seconda delle situazioni.

Negli ambienti chiusi si viaggia in 4K@30fps con riflessi che non fanno per nulla rimpiangere l’assenza del ray tracing (e credeteci, stentavamo a credere che la tecnologia non fosse ivi presente). Quando, invece, siamo chiamati alle armi, beh, i giri del motore schizzano a 60 fps per ovvi motivi. Le strade che una volta appartenevano ai ricchi, ora richiedono tutta la nostra prontezza di riflessi per dar vita al nostro personalissimo zombie-apocalypse.

A propositi di “schizzi”, l’altra vera novità si chiama F.L.E.S.H. (Fully Locational Evisceration System for Humanoids) ed è un engine proprietario Deep Silver demandato alla gestione della fisica degli smembramenti. Non stiamo scherzando, il tutto è veramente degno del miglior splatter che abbiate mai visto. Il corpo e gli organi degli zombie si adeguano alla direzione e alla potenza dell’impatto del nostro colpo, e la fisica poi fa il resto. Certo, non è il miglior contesto per parlare di “realismo”, ma anche questo aspetto fa parte del famoso “fattore immersione”.

RASSEGNA PANORAMICA
Prime impressioni
8.5
Contesto di gioco
7.5
Gameplay
8.5
Dimensione artistica
9.0
Intrattenimento
8.5
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