Annunciato durante l’E3 2016, bisogna ammettere che Days Gone non fosse certo l’esclusiva PlayStation 4 più attesa: pur con le sue numerose buone premesse e promesse, i vari rinvii hanno raffreddato i già tiepidi animi di pubblico e critica, complice un setting apocalittico da post pandemia che non sembrava urlare all’innovazione. Eppure, pur con i suoi numerosi limiti e problemi, Days Gone riesce a dire la sua.

Days Gone è un gioco che potrebbe far storcere il naso a molti fin dai primissimi istanti: ambientazione e preamboli narrativi non provano nemmeno a discostarsi dalla classica, misteriosa infezione globale che ha trasformato gran parte della popolazione in mostri cannibali e fuori controllo, così come non mancheranno i classici gruppi di esaltati violenti e drogati fino al midollo che venerano il caos e l’anarchia e ovviamente la sempreverde, sempre amata losca e inquietante organizzazione medico-militare con le mani in pasta un po’ ovunque e un a dir poco sospetto interesse nei confronti delle creature mutanti nate dal disastro mondiale.

Ciò che però è ammirevole, in Days Gone, è la caratterizzazione dei personaggi, protagonista in primis: Deacon St. John e i suoi amici/nemici appaiono vivi e reali fin da subito, anche senza sapere nulla o quasi sul loro passato, questo grazie a dialoghi ben pensati e frequenti che coinvolgono il giocatore in un contesto tremendamente vivo e vibrante, oltre che duro e spietato. La narrativa è senza dubbio il maggior punto di forza di Days Gone, sempre presente in maniera massiccia anche durante le missioni secondarie e opzionali, oltre che nei già citati banter via radio tra il protagonista e il resto del cast. L’idea di presentare Deacon come un motociclista scavezzacollo funziona e tanto in lingua originale quanto nell’eccellente doppiaggio italiano il risultato è un personaggio perfettamente credibile, con i suoi pregi e difetti, il suo buon cuore e i suoi lati oscuri. Per questa ragione alcuni “colpi di scena” possono essere prevedibili fin dalle prime ore di gioco, ma questo non li priva di valore e anzi, fa ben accettare anche qualche sospensione d’incredulità davanti a situazioni estreme a dir poco, in cui il realismo è immolato per il divertimento del giocatore.

Days Gone Days Gone

Un peccato che in corso di localizzazione si sia perso l’utilizzo del titolo (rimasto in inglese) nel menu di pausa, per indicare appunto i “giorni trascorsi” dall’inizio dell’Incubo. A parte questo, tutti i personaggi appaiono concreti, forse non tutti approfonditi in maniera adeguata, ma comunque ben calati in una realtà post apocalittica per abbigliamento e comportamenti. Purtroppo Days Gone alterna scene dalla regia assai curata e coinvolgente ad altre poco chiare, “sporcate” con terribili dissolvenze sub-amatoriali e tagli brutali, il che fa pensare che la gestione dei filmati sia passata da più mani o comunque sia stata realizzata in momenti diversi della produzione.

Il gameplay è quello tipico di uno sparatutto action in terza persona, inserito in una mappa semiaperta (alcune aree non sono raggiungibili fin da subito) con collezionabili, materiali di crafting, missioni secondarie ed eventi casuali. La realizzazione della parte giocabile di Days Gone è ciò che potrebbe convincere meno, un po’ come già successo con Marvel’s Spider-Man, altra esclusiva PlayStation che prevede una serie di attività divertenti, ma poco varie e davvero scolastiche nel concept. Per fortuna in entrambi i giochi sono presenti numerosi banter, tutti diversi tra loro, che “alleggeriscono” la durata di alcune sezioni e spostamenti, ma il giocatore che punta all’azione e non si cura della storia potrebbe trovare semplicemente fastidiosi.

Il feeling ai comandi è buono, tanto nelle sezioni esplorative quanto nelle sparatorie. La possibilità in un titolo del genere di cambiare spalla in puntamento è meno scontata di quanto si possa credere e sempre benvenuta, le armi da fuoco e da lancio sono abbastanza da rendere il gameplay potenzialmente molto vario; tutto questo viene purtroppo appiattito da un’intelligenza artificiale imbarazzante a dir poco, in parte giustificabile nel caso delle creature infette, di soggetti dalla psiche alterata e degli animali, ma ridicola nel momento in cui si affrontano persone sane e teoricamente abili nelle sparatorie e guerriglie.

Days Gone

Days Gone non si fa mancare nemmeno i glitch, sia ambientali che di gestione delle questline, per buona parte risolvibili riavviando il software ma non per questo accettabili in un titolo first-party che ha ricevuto quasi una patch al giorno nel corso della prima settimana dalla pubblicazione. Anche i caricamenti risultano frequenti e dalla durata medio-lunga, anche nel caso si giochi in Modalità Supercampionamento su PlayStation 4 Pro e, vista la massiccia presenta di filmati, l’esperienza di gioco ne risulta inevitabilmente spezzata.

In conclusione, Days Gone è un prodotto senza dubbio valido, ma lontano dal livello qualitativo che in genere ci si attende da un’esclusiva Sony: un titolo affascinante per trama e atmosfere, con una mappa dalle giuste dimensioni, clima dinamico e tanta cura e amore nella realizzazione, soprattutto per quanto riguarda la gestione e guida della propria moto custom… ma che pecca sul versante di varietà e divertimento in generale a causa di meccaniche che a metà del 2019 risultano polverose e non invogliano al completismo, il tutto accompagnato da una mancanza di polishing tecnico che dimostra quanto, forse, un ulteriore rinvio del titolo avrebbe giovato a tutti.

Days Gone è una storia d’amore e violenza, un dramma con i suoi raggi di luce, ma sempre filtrati da una patina di sangue; la dimostrazione che un cuore può provare speranza e disperazione, pietà e vendetta, senza che i confini tra bene e male riescano a definirsi con chiarezza, nell’istante in cui gli stessi concetti di “giustizia” e “civiltà” diventano relativi. Deacon St. John è un eroe e un assassino in parti uguali, un marito innamorato e un mercenario disilluso che oscilla tra uomo e mostro, ancorato a sue regole, suoi sentimenti e suoi metri di giudizio, ma con cui è davvero difficile non empatizzare.