Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy, la recensione: un ritorno in vecchio stile

Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy

Remake e remastered sono due realtà ormai consolidate nel mercato videoludico moderno, desiderate e sprezzate in egual misura dal pubblico e fonte di eterne discussioni virtuali e non. Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy è l’edizione “rimasterizzata” (per quanto la terminologia utilizzata in copertina sia alquanto infelice) dei primi tre titoli della saga creata da Naughty Dog, il primo dei quali fu rilasciato per l’originale PlayStation ben 21 anni fa.

Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy

Sviluppato da Vicarious Visions sotto l’egida Activision, Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy è un vero e proprio colpo al cuore per ogni videogiocatore degli anni ’90: i tre giochi presentano infatti una grafica e un comparto audio completamente rimasterizzati, senza però alcuna variazione nel gameplay, rimasto tale e quale all’originale.

Una scelta coraggiosa, quella di Activision: la volontà di non scendere a compromessi con il pubblico sempre più impigrito, mantenendo controlli e livelli “vecchi” (e, nel caso del primo Crash Bandicoot, invecchiati decisamente male) ha indisposto buona parte dei giocatori più giovani, che si sono trovati davanti a comandi macchinosi, non sempre precisi, accompagnati da un level design che alterna picchi di genialità e pigrizia.

Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy

Quello che qualitativamente negli anni ’90 era considerabile una perla, viene oggi visto come minimo sindacale; eppure, nonostante le aspre critiche fioccate sul web, Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy è al momento il miglior lancio del 2017 come titolo su singola piattaforma. Conferma, questa, di come il costante miglioramento è sicuramente l’obiettivo a cui ambire, ma che il “ritorno alle origini” non è sempre da escludere a priori, se dettato da decisioni ragionate e non da prigrizia.

Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy

Giocare Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy evoca speculazioni su cosa sarebbe potuto essere e sarà Final Fantasy VII Remake, titolo a cui toccherà invece la sorte opposta: revamp totale di grafica, mappe e gameplay, con l’obiettivo di conquistare due, se non addirittura tre generazioni di videogiocatori.

Fino ad oggi questa idea è parsa come l’unica strada percorribile per i vecchi franchise, ma il caso Crash Bandicoot dovrebbe far riflettere le major su cosa, effettivamente, vuole il pubblico “meno giovane”, nonostante anche molti giocatori della vecchia guardia si siano lamentati dei difetti della trilogia, dimentichi dell’incalcolabile, pura cattiveria insita nel codice stesso di molti software del ventesimo secolo.

Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy

Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy è difficile, molto difficile; giocare con le levette analogiche è un’impresa vicina all’impossibile e già questo piccolo, cruciale ostacolo potrebbe far desistere i più; la trama di ciascuno dei titoli è un classico, banale pretesto per esplorare i livelli, far mattanza di ogni forma di vita e ingurgitare casse e casse di frutti Wumpa e il doppiaggio, presente anche in lingua italiana, è stato volutamente riprodotto per trasmettere quello stile anni ’90 che oggi viene quasi sempre definito “trash”.

Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy

Escludendo la durata dei caricamenti, oggettivamente troppo lunghi per la potenza del dispositivo su cui gira il software, i difetti di Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy rimangono esattamente quelli di venti anni fa, né più né meno. Uniche, benvenute differenze sono l’aggiunta delle prove a tempo e Coco Bandicoot come personaggio giocabile fin dal primo titolo della trilogia, ma a parte questo neppure un singolo bug o difetto nei geodata sembra essersi spostato di un millimetro.

Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy

Del resto, Activision ha presentato il bundle con la massima trasparenza, mostrando fin dal primo trailer che lo scopo del revamp (guadagno monetario a parte) non fosse quello di svecchiare tecnicamente i titoli, ma di dare ai più giocatori più giovani la possibilità di conoscere delle perle del passato… E affogare nella nostalgia i fan stagionati del marsupiale arancione.

Inutile dire che entrambe le categorie di utenza si troveranno a fronteggiare un conflitto interiore di amore e odio perciò che si troveranno a giocare e ciascuno per motivi diversi, ma è quasi certo che il bilancio finale risulti positivo: Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy raccoglie al suo interno dei titoli non perfetti e sicuramente ormai “pesanti”, che però, oltre a essere delle vere e proprie pietre miliari della cultura videoludica, dimostrano come e quanto l’industria e il pubblico siano cambiati nel corso degli anni, nel bene e nel male.

Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy

I videogiochi non sono un semplice “passatempo per bambini”: come ogni altro medium, sono lo specchio della società dei loro tempi. Nel caso specifico dei videogames, Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy rievoca l’approccio cocciuto e trial and error tipico del giocatore privo di accesso a guide, trucchi e soluzioni online, così come l’inventiva dei game designer, costretti a ottimizzare ogni singolo poligono e animazione e livello, senza possibilità di aggiungere e “patchare” a posteriori, per rendere l’esperienza di gioco più longeva, varia e appagante possibile.

Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy

Oggi i videogiochi sono considerati un lusso, ma molti non pensano o ignorano quanto più lo fossero in passato. Prodotti costosi, misteriosi e visti con sospetto, spesso venduti negli angoli rimasti vacanti dei negozi di tecnologia. Col tempo, Internet ha reso tutto più rapido e accessibile, i giocatori sono tanto più consapevoli, quanto più esigenti e capricciosi.

Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy

Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy non può né deve dimostrare che “si stava meglio quando si stava peggio”, non è la prova che il mercato videoludico di un tempo fosse migliore e più genuino, ma offre speranza a chi crede, suo malgrado, che non c’è più spazio per “i giochi di una volta”. La realtà videoludica si è espansa e globalizzata tanto quanto la società umana, e da quest’ultima deve imparare che la diversità è solo un bene e che è ancora possibile, alle porte del secondo decennio degli anni 2000, avere successo con videogiochi che non siano l’ennesimo Call of Duty e l’ennesimo Souls-like.