I videogiochi, intesi come giochi elettronici, esistono ormai da oltre 50 anni, ma è soprattutto negli ultimi 20 che abbiamo visto i prodotti migliori. Dai tempi cioè della prima storica PlayStation, la grigia console a 32 bit che qualsiasi appassionato ha avuto in camera o in salotto, a oggi, un’era in cui le differenze fra PC e console – almeno in termini di architettura – sono quasi azzerate e la vera battaglia fra i produttori si combatte con le esclusive. Ciò che andiamo a raccontare oggi ha a che fare proprio con questi due “elementi”, la prima PlayStation e il meccanismo delle esclusive, che riempiono di sfumature un mercato altrimenti piatto e uniformato. Sono infatti i medesimi fattori che hanno caratterizzato gran parte della storia di Naughty Dog, uno studio di sviluppo pioniere del settore che dal boom di Crash Bandicoot si è legata a doppio filo con il marchio Sony, producendo in esclusiva per tutte le PlayStation capolavori dopo capolavori, che PC o console concorrenti potevano soltanto sognare. È successo, oltre che per la serie dello stralunato bandicoot, con Jak and Dexter, The Last of Us, la quadrilogia di Uncharted, conclusasi con l’uscita di Uncharted 4: Fine di un Ladro su PlayStation 4.

Capitolo dopo capitolo, la casa statunitense ha sempre spostato “più in là” l’asticella della qualità, costruendo attorno alla sua icona Nathan Drake mondi sempre più complessi, trame sempre più affascinanti, scontri costantemente più impegnativi. Con il capitolo finale della saga, Naughty Dog non ha tradito nessuna aspettativa, anzi, ma questo lo vedremo fra poco. L’avvento della generazione attuale di console ha permesso cose che prima erano inimmaginabili, grazie a processori grafici più potenti e un sistema PC-like più versatile dell’ostica architettura di PlayStation 3. Partendo proprio dalla costruzione grafica del titolo, cosa che incuriosiva molto proprio per l’inedita uscita su PS4, Naughty Dog ha senza dubbio infranto più di un record, spostando come tradizione la sua asticella (e non solo, ci si può riferire tranquillamente all’intero mercato) ancora oltre i limiti conosciuti. Il lavoro svolto al di là del codice, in studi cinematografici con attrezzatura per il motion capture e attori in carne ossa, unito al talento dei modellatori e disegnatori 3D, è quanto di più bello si sia mai visto nella storia dei videogiochi.

Nathan e tutti i suoi personaggi spalla, il buon vecchio Sully, il fratello Sam, l’adorabile Elena, senza dimenticare gli immancabili villain, sono al limite del fotorealismo. Tutte le espressioni facciali sono riprodotte fedelmente e in modo quasi maniacale, tutti i protagonisti sono vivi, respirano davanti a noi, e la cosa non vale soltanto durante le cutscene; cutscene che inoltre sono ricostruite con il motore grafico del gioco, non ci sono dunque trucchi, né inganni, c’è soltanto il talento smisurato delle centinaia di persone che a questo “videogioco”, se ancora così bisogna chiamarlo, hanno donato la loro stessa anima. Ogni scena, ogni azione di gioco, dimostrano come si possa amare un progetto alla follia, riempiendone ogni pixel di pura arte. Perché è di arte che stiamo parlando, Uncharted 4: Fine di un Ladro potrebbe benissimo essere esposto in un museo sotto forma di video-installazione, nessuno potrebbe avere da ridire.

Uncharted 4: Fine di un Ladro

Non si parla però soltanto di potenza e qualità grafica, al contrario è un discorso generale che tocca ogni aspetto della programmazione. Alle dettagliate texture, all’incredibile lavoro di motion capture, bisogna aggiungere una programmazione e un’ottimizzazione al limite della perfezione (che solo un’esclusiva può offire), uno studio della fisica dettagliato che modifica ogni elemento del mondo di gioco (certo bisogna chiudere un occhio su molte movenze di Nathan, “esagerate” appositamente per rendere fluido il gameplay, dunque per una buona causa), anche quando questo prevede l’uso di veicoli a motore o immersioni sott’acqua. Ciò che comunque stupisce davvero, oltre la programmazione e l’art design, è il modo naturale e appassionato con cui Naughty Dog ancora oggi racconta e fa vivere le sue storie. In ogni verso di sceneggiatura, che inoltre è sterminata e riesce a garantire tranquillamente quindici ore di gioco (che per un action game puro sono un’eternità), c’è sensibilità, c’è cuore, c’è sentimento, niente è lasciato al caso; al contrario ogni parola riesce a instaurare un’empatia assoluta fra lo schermo e il giocatore, tanto che quest’ultimo rimane intrappolato nella narrazione sin dalle prime battute.

Ma è una gabbia dorata, sono manette di seta, si vorrebbe centellinare ogni momento di trama per rimandare l’epilogo al più tardi possibile. Un titolo però fatto di solo trasporto non può funzionare ovviamente, nessuno meglio di Naughty Dog lo sa, per questo motivo Uncharted 4: Fine di un Ladro è anche ricco di azione adrenalinica, di sboccata ironia, sparatorie al cardiopalma, inseguimenti sul filo del rasoio, scalate, scoperte mozzafiato, tesori nascosti e momenti stealth, durante i quali tenere a bada la pistola ed eliminare ogni nemico uno ad uno, in silenzio. Il bilanciamento di tutti questi elementi è indescrivibile, alla quiete sovviene la tempesta, all’interno della tempesta si scatena l’uragano, nel bel mezzo della successiva calma piomba il temporale e così via, per usare metafore meteorologiche. Dalla parte del controller, non si ha un attimo di respiro e l’emozione sale di paragrafo in paragrafo, soprattutto se allo stesso modo si sono vissuti i capitoli precedenti della saga e di Nathan Drake si conoscono tutte le pieghe del carattere.

Uncharted 4: Fine di un Ladro

Focalizzare tutta l’attenzione su un solo personaggio però è un altro meccanismo che non funziona: è qui che si fronteggia una caratterizzazione profonda di tutti gli altri protagonisti delle vicende, senza esclusioni. Buona parte della trama ci porta a conoscere meglio Sam, altre parti invece riportano a galla sfumature di Elena, idem per Sully, finché non rimaniamo completamente soli a conoscere noi stessi, cercando di capire come davvero può concludersi la carriera di un ladro professionista, un esploratore scanzonato che non teme nessun pericolo. L’epilogo pensato da Naughty Dog ha un sapore universale, con una sua morale ben precisa e un insegnamento che va oltre la semplicistica idea di “videogioco”. Si, ancora una volta torniamo a fare a pugni con questa parola che, come abbiamo ricordato, ha ormai più di 50 anni sulle spalle e meriterebbe un rinnovamento, una spolverata. Uncharted 4: Fine di un Ladro mette sì fine per sempre alle vicende dell’impavido Nathan Drake, ma apre (per non dire spalanca) le porte a una nuova forma di intrattenimento, un modo interattivo di fare cinema che sempre più spesso incontreremo sui nostri schermi e all’interno dei visori per la realtà virtuale. L’unica preoccupazione è che non tutti sanno farlo come Naughty Dog, anzi a oggi probabilmente nessuno sa farlo come Naughty Dog, ciò potrebbe significare che di capolavori del genere ne vedremo uno ogni 5-6 anni. Se tutto va come deve andare.