Nonostante la serie di Call of Duty sia spesso accusata di essere ‘mercenaria’, nel senso di uscire senza sosta a ogni nuovo anno con titoli piuttosto simili fra loro, chi conosce bene il brand sa bene quanto Activision cerchi di differenziare in realtà le varie uscite. Tanto da creare vere e proprie correnti narrative come Modern Warfare o Black Ops, oltre gli extra come Ghosts e Advanced Warfare, curati a rotazione da Infinity Ward, Sledgehammer Games, Raven Software e Treyarch. È proprio a quest’ultima azienda statunitense che appartiene uno dei filoni più riusciti e seguiti degli ultimi anni, così acclamato da richiedere lo sviluppo di una trilogia: arriviamo così a parlare di Call of Duty: Black Ops III, capitolo che prova a migliorare tutte le ottime cose viste nel secondo e a proporne di nuove.

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Nonostante gli evidenti sforzi dello studio, ci tocca iniziare però questa analisi con un passo indietro rispetto al 2012. La campagna è ormai una zona periferica della serie, un luogo che molti appassionati purtroppo neppure provano (le basse percentuali di conquista dei trofei correlati la dicono lunga), eppure è una modalità dal gran potenziale emotivo. In Call of Duty: Black Ops II ricordiamo momenti di splendida fattura, mentre già in questo Black Ops III gli sviluppatori sembrano piegati al volere dei giocatori. La sceneggiatura appare infatti più slegata rispetto al passato, con missioni frammentate che è possibile giocare anche senza continuità. Si può ovviamente seguire il filo tracciato dagli scrittori, ma allo stesso tempo si può sbloccare tutto con un pulsante e mescolare le carte a nostra disposizione.

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Un espediente da una parte necessario per non lasciare indietro la gente più svogliata, con una campagna dalla doppia faccia che può andare online e offline (e dunque coinvolgere amici e utenti collegati da chissà dove) in pochi secondi, ma che da un’altra tende a non catturare l’attenzione del giocatore, che di conseguenza non ha interesse a seguire con passione una storia e a non desiderare la sua continuazione. Inoltre scegliere di frammentare la narrazione significa creare tanti piccoli criminali da neutralizzare, rinunciando per forza di cose a un unico grande villain da inseguire dall’inizio alla fine. Un peccato soprattutto alla luce delle buone idee sparse qua e là, in missioni sempre diverse influenzate molto dalle atmosfere e dai luoghi, ma non solo: più di una volta gli eventi atmosferici come il vento o la pioggia tendono a caratterizzare, e a complicare, le aree di gioco, così come droni e poteri speciali sono sempre dietro l’angolo per smuovere il gameplay. Aree in cui avremo sempre compiti ben precisi e dettagliati, da portare a termine con una piccola squadra di specialisti; non si tratta dunque di essere soldati qualunque in una guerra sterminata, ma di essere pedine strategiche che operano chirurgicamente in punti sensibili del mondo.

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Cronologicamente ci troviamo a quarant’anni dai fatti di Black Ops II, quattro decenni che ovviamente hanno cambiato profondamente la tecnologia al servizio delle imprese belliche. Citando però la serie di Fallout, effettivamente la guerra non cambia mai, dunque paradossalmente ci si trova più di prima a operare “in trincea”, a vedere la battaglia da un riparo, poiché attaccare per via aerea è ormai difficile se non impossibile. Ciò che è stato mutato sin nella sua sostanza è il nostro corpo, ora metà carne e metà acciaio intelligente, grazie all’introduzione del sistema D.N.I. capace di far comandare al nostro cervello arti artificiali e letali. È il cuore filosofico di tutta la produzione Treyarch, più impegnata del solito, che mette il giocatore più maturo di fronte alla responsabilità dell’innovazione. Per chi invece si accontenta della superficie, dunque delle pallottole senza troppi fronzoli, nel titolo c’è comunque abbondanza di cose da fare.

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Dalla decina di ore utili a portare a termine la main campaign si passa, cambiando completamente atmosfera, colori e umori, agli zombie più affamati. I non morti sono diventati davvero essenziali per la serie, tanto che gli sviluppatori hanno deciso di triplicare la loro importanza rispetto al passato e di creare una storia dalle sfumature noir anni ‘40, affascinante e piena di star di Hollywood. A prestare le voci ai quattro misteriosi protagonisti troviamo infatti Jeff Goldblum, attore famoso per il suo ruolo in Jurassic Park, Ron Perlman, il volto rude di Hellboy, Heather Graham e Neal McDonough. Obiettivo del giocatore è ovviamente respingere orde di zombie affamati, sempre più violenti e veloci con l’andare avanti delle ondate, provando a collaborare il più possibile con gli utenti della mappa; giocando online infatti il respawn non esiste, si può tornare in piedi solo grazie all’intervento di un compagno di avventura.

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Qualora poi le armi non dovessero bastare, si può fare affidamento al lato più ferale di noi stessi, trasformando il nostro personaggio – per pochi secondi certo – in una bestia immonda dai vari tentacoli (avete mai giocato a The Darkness…?). Si tratta di una modalità ormai più che collaudata, capace di regalare un gameplay estremamente dinamico dalle mille personalizzazioni e chiedendo il massimo impegno al giocatore, direttamente proporzionale al divertimento. Meno attraenti invece, almeno ai fini dell’analisi, le classiche mappe multigiocatore che, nonostante mettano a disposizione super poteri fantascientifici e una libertà di movimento assoluta, restano pressoché invariate in termini di gioco puro e crudo, facendo sentire a casa i giocatori più incalliti del genere ma senza innovare.

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La grande mole di contenuto non è però il solo punto forte della produzione Treyarch, tutto ciò di cui abbiamo parlato sinora avviene in mondi di gioco ottimamente ricreati, con ottime textures dei volti e degli ambienti, un motion capture notevole e senza nessun sacrificio di frame rate. Offline il motore grafico di Call of Duty: Black Ops III è un’autentica roccia, con i suoi 60fps pressoché stabili in qualunque fase, anche grazie alla natura chiusa delle mappe (cosa dareste per vedere una velocità simile in un open world, in Fallout 4 su console per esempio?); in multiplayer i risultati sono un po’ più dinamici, ma soprattutto per quanto riguarda la risoluzione, pronta a correre in soccorso dei frames e a diminuire all’occorrenza.

In definitiva parliamo di un prodotto che è esattamente ciò che promette di essere, un FPS puro con diverse modalità di gioco, una buona longevità generale se si punta al 100% e al multiplayer, una solidità grafica che fa invidia a molti titoli simili. Le novità rispetto al passato si contano per forza di cose sulle dita di una mano, ma gli appassionati troveranno senza difficoltà il guanto di sfida che cercano, come del resto ogni anno.

RASSEGNA PANORAMICA
Grafica
8
Sceneggiatura
7
Gameplay
7
Controllo
8
Longevità
7
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call-of-duty-black-ops-iii-la-recensione-la-guerra-di-treyarch-a-60-fpsUn prodotto che è esattamente ciò che promette di essere, un FPS puro con diverse modalità di gioco, una buona longevità generale se si punta al 100% e al multiplayer, una solidità grafica che fa invidia a molti titoli simili.