Screamer, la recensione su Xbox Series X

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Trent’anni sono passati dall’ultima volta che Screamer ha fatto urlare i motori sui monitor CRT delle case degli appassionati di tutto il mondo. Era il 1995 e uno studio di Milano che allora si chiamava Graffiti — oggi conosciuto come Milestone — aveva tirato fuori dal cilindro un gioco di corse arcade capace di competere con i mostri sacri del genere (del calibro di Fatal Race, Need for Speed e Road Rash, giusto per citarne alcuni). Nessuno si aspettava granché da quel piccolo team italiano ma il titolo fece parlare di sè. lasciando una traccia della sua esistenza. Poi, silenzio sul fronte arcade: decenni di simulazioni motociclistiche su licenza e poca libertà creativa. Adesso, però, Milestone ha deciso di tornare alle sue origini, rimettendo in moto un progetto che è parte della sua stessa identità.

Il nuovo Screamer non è nostalgia in scatola, non è un titolo pensato per far piangere i giocatori “stagionati” davanti a una schermata di caricamento retrò. È qualcosa di più ambizioso: un reboot a tutti gli effetti, che usa il nome storico come trampolino di lancio per proporre al mercato moderno un arcade di corse con una personalità fortissima. L’ambientazione è Neo Rey, una metropoli cyberpunk a metà strada tra Blade Runner e i quartieri neon-saturi degli anime di fine anni Novanta. Le sequenze animate sono curate da Polygon Pictures — lo studio giapponese dietro a Ghost in the Shell 2 e svariati episodi di Love, Death and Robots. Il risultato è un titolo che colpisce all’occhio sin dai primi secondi.

Tra i punti di forza in evidenza ci sono l’estetica fuori dal comune, un sistema di guida più profondo di quanto sembri e una struttura narrativa inattesa per un racing game. Sul fronte delle criticità, invece, non si può fare a meno di segnalare una curva di apprendimento piuttosto ripida, qualche fluttuazione nel bilanciamento della difficoltà del Torneo e una storia che in certi frangenti tende a diventare melodrammatica oltre il necessario. Detto questo, Screamer è esattamente il tipo di gioco che il genere racing game di matrice arcade aspettava da anni.

Screamer recensione

Storia e personaggi: motori, rancori e redenzioni

Il cuore pulsante di Screamer non è il motore delle auto ma quello dei suoi personaggi. Milestone ha fatto una scelta narrativa coraggiosa: invece di mettere al centro un unico eroe silenzioso che scala i ranghi del torneo uno dopo l’altro, la storia si struttura come un mosaico corale. Il giocatore passa da un punto di vista all’altro, scopre retroscena, conflitti e motivazioni che rendono ogni pilota una creatura tridimensionale. C’è chi corre per vendetta, chi per sopravvivenza, chi porta il peso di un amore perduto o di un tradimento mai digerito. Il tutto si svolge sullo sfondo di un torneo clandestino organizzato da un personaggio misterioso noto come Mr. A, doppiato dal pluripremiato Troy Baker.

La campagna si articola in oltre cento episodi che alternano scene in stile visual novel, cutscene animate prodotte da Polygon Pictures e ovviamente le gare vere e proprie. L’effetto è quello di una serie animata che si lascia guardare volentieri, anche quando la tensione narrativa allenta un po’ la presa. I temi affrontati – ambizione, controllo, identità, amore e rivalità – richiamano direttamente le grandi opere dell’animazione giapponese degli anni Ottanta e Novanta come Akira e Ghost in the Shell. Non mancano riferimenti all’immaginario di Initial D per quanto riguarda la cultura delle corse notturne e la costruzione delle rivalità tra squadre.

Il doppiaggio è multilingue e la rappresentazione dei personaggi è varia e naturale, con relazioni queer trattate senza sovrastrutture o didascalismi. Un dettaglio che contribuisce a rendere il cast credibile, senza fare del marketing identitario. Sul fronte delle ombre, la sceneggiatura a tratti eccede nel melodramma e il ritmo narrativo non è sempre costante: ci sono episodi trascinanti e altri che rallentano un po’ troppo il passo prima di tornare in pista.

PRO

  • Struttura narrativa corale originale e inattesa per un racing game, che rende ogni pilota autentico;
  • Cutscene di alto livello realizzate da Polygon Pictures con un’estetica anime anni Novanta convincente;
  • Tematiche universali affrontate con profondità e un cast di personaggi ben caratterizzato;
  • Doppiaggio multilingue e rappresentazione dei personaggi varia e autentica.

CONTRO

  • Ritmo narrativo irregolare, con episodi che si trascinano prima di tornare all’azione;
  • Tono melodrammatico eccessivo in certi frangenti che può stancare anche i fan dell’anime;
  • L’impostazione corale può disorientare chi preferisce un singolo protagonista con cui immedesimarsi.

Screamer recensione

Il gameplay: frizione e combattimento

Screamer non è l’arcade che si guida con una mano sola mentre si chiacchiera. Dietro l’estetica vivace e l’energia frenetica si nasconde un sistema di controllo più stratificato di quanto ci si aspetti. Il cuore del gameplay è il Twin Stick system: lo stick sinistro gestisce la sterzata mentre quello destro controlla la derapata. Combinarli nel modo giusto permette di affrontare ogni curva in modo diverso – una traiettoria pulita oppure una sbandata aggressiva. Sembra semplice sulla carta ma richiede pratica prima che tutto si incastri davvero.

Sopra a questo sistema si innesta l’Echo System: la barra Sync si carica guidando con precisione, cambiando marcia al momento giusto e sfruttando le derapate in maniera efficace. Quella barra alimenta il turbo. Quando il Sync si esaurisce si trasforma in Entropy, una risorsa che permette di attivare gli attacchi – i cosiddetti Strikes – o di proteggersi con uno scudo temporaneo. Il culmine di tutto è l’Overdrive, una modalità che porta la vettura a velocità devastanti e rende il pilota invulnerabile per qualche secondo. Quando finisce, però, un solo errore può essere fatale. Le battaglie in pista diventano così un mix di istinto e tattica in tempo reale.

Ogni personaggio ha statistiche diverse: c’è chi eccelle in velocità pura, chi ha attacchi più potenti e chi regge meglio i colpi. Questo rende ogni rematch o cambio di pilota un’esperienza diversa. Oltre al mastodontico Torneo, Screamer propone un set di modalità classiche (gara veloce, gara a squadre, sfida a checkpoint, attacco al tempo e sfida a punti). Il multigiocatore supporta fino a quattro giocatori in locale con schermo condiviso e fino a sedici online. Una proposta contenutistica solida.

Il vero limite del gameplay sta nella curva di apprendimento iniziale. Senza aver assorbito le basi del Twin Stick e dell’Echo System si rischia di passare le prime ore di gioco a sbattersi contro l’asfalto, senza capire bene il perché. Milestone ha inserito diversi livelli di difficoltà regolabili, ma il salto tra una fascia e l’altra non è sempre calibrato in maniera precisa, soprattutto nel Torneo si alternano sfide accessibili ad altre che sembrano progettate per far incattivire il giocatore più paziente. Anche l’intelligenza artificiale degli avversari ha qualche momento di frustrazione.

PRO

  • Il Twin Stick system è originale e ricompensa chi investe tempo per padroneggiarlo;
  • L’Echo System trasforma ogni gara in una partita tattica che va oltre il semplice arrivare primi;
  • Piloti con caratteristiche differenti che incentivano la sperimentazione e la rigiocabilità;
  • Offerta di modalità di gioco ampia che copre sia il single player che il multiplayer locale e online.

CONTRO

  • La curva di apprendimento iniziale è ripida e può scoraggiare chi cerca un’esperienza immediata;
  • Bilanciamento della difficoltà nel Torneo non sempre coerente con picchi di frustrazione improvvisi;
  • Intelligenza artificiale degli avversari con qualche comportamento discutibile nelle gare più avanzate.

Screamer recensione

Arte e sonoro: neon e batterie elettroniche

Se c’è una cosa su cui Screamer non ha mezze misure è il comparto visivo. Il cel-shading è luminoso, quasi aggressivo, con neon e scie di luce che inondano ogni angolo dei tracciati di Neo Rey. Il design delle automobili è ispirato all’immaginario degli anime giapponesi: forme esagerate e linee di carrozzeria che sembrano disegnate più per colpire l’occhio che per fendere l’aria. Ogni pilota ha un veicolo che ne riflette la personalità. Le ambientazioni spaziano dalla metropoli futuristica illuminata al neon ai deserti aperti sotto cieli infuocati, passando per foreste e tracciati più naturali che offrono un bel contrasto con l’estetica urbana.

Le cutscene animate sono il punto di diamante della produzione. Polygon Pictures ha fatto un lavoro impeccabile, su questo non si discute. Il movimento dei personaggi, le espressioni facciali e la messa in scena generale hanno la qualità di una produzione televisiva giapponese di alto livello. L’ispirazione dichiarata ad alcuni capolavori senza tempo si sente, soprattutto nelle sequenze d’azione dove il ritmo visivo si fa convulso ed elettrizzante. Quella coerenza, tra la regia delle cutscene e l’estetica in-game, è uno di quei dettagli che distinguono un gioco fatto con cura da uno fatto in fretta.

Sul fronte sonoro, Screamer fa il suo dovere con energia. La colonna sonora è un mix di elettronica densa brani synth-wave e tracce più aggressive, che si adattano bene alla frenesia delle gare. La musica non fa mai da sfondo passivo ma si incastra nel ritmo dell’azione. Il sound design delle automobili merita una menzione separata: il feedback acustico dei cambi di marcia e delle derapate è preciso e soddisfacente al punto da diventare uno strumento di gioco (imparare a sentire il rumore del motore aiuta davvero a capire quando cambiare rapporto). Su PS5, il feedback aptico del DualSense amplifica ulteriormente quella sensazione di connessione fisica con la vettura.

PRO

  • Estetica cel-shading anime anni Novanta potente e riconoscibile che distingue il titolo da qualsiasi concorrente;
  • Cutscene di Polygon Pictures con qualità produttiva da serie animata di alto livello;
  • Colonna sonora electro-synth coerente con l’ambientazione che accompagna le gare senza mai annoiare;
  • Sound design delle automobili preciso e funzionale che diventa parte del gameplay sui tracciati più tecnici.

CONTRO

  • La regia delle cutscene non raggiunge sempre la stessa qualità su tutti gli episodi del Torneo;
  • L’estetica molto marcata e polarizzante potrebbe non convincere chi cerca un look più realistico.

Screamer recensione

In conclusione: Screamer vale il biglietto?

Ci sono giochi che arrivano sul mercato sapendo esattamente cosa vogliono essere. Screamer è uno di quelli. Milestone ha preso un nome quasi dimenticato e ci ha costruito attorno qualcosa che parla al 2026 con la grammatica degli anni Novanta: velocità frenetica, colori accesi e una storia che sorprende per profondità. Non è un’operazione nostalgia. È un progetto con una visione precisa, portata avanti da un team che ha avuto il coraggio di allontanarsi dalle licenze motociclistiche per rischiare qualcosa di genuinamente proprio.

Il sistema di guida Twin Stick e l’Echo System richiedono pazienza ma quando tutto si assembla il risultato è un’esperienza di gioco davvero soddisfacente. La struttura narrativa corale del Torneo è una delle trovate più intelligenti che un racing game abbia sfoderato nell’ultimo decennio. Il comparto artistico è semplicemente bello da vedere e da ascoltare. I limiti ci sono e sono reali — la difficoltà spigolosa, qualche momento narrativo troppo tirato, un’IA non sempre brillante — ma non bastano a smorzare l’entusiasmo generale.

Screamer
  • 8/10
    Storia, personaggi e contesto - 8/10
  • 8.5/10
    Controlli/Gameplay - 8.5/10
  • 8.5/10
    Dimensione artistica - 8.5/10
  • 8/10
    Intrattenimento - 8/10
8.3/10

In conclusione

Screamer è la scossa elettrica che il genere arcade aspettava da troppo tempo. Se avete amato Ridge Racer, Burnout, Wipeout o anche solo l’estetica di un buon anime cyberpunk questo titolo merita uno spazio nella vostra libreria. Il dubbio che resta – e che solo il tempo potrà sciogliere – è la tenuta sul lungo periodo: la solidità della community online e la qualità dei contenuti post-lancio diranno se Screamer è destinato a diventare un riferimento del genere o a restare un’ottima parentesi di inizio 2026. Per come stanno le cose adesso però il verdetto è chiaro: Milestone è tornata a divertirsi. E si sente.

Dino Cioce
39 anni, sposato e padre di due bellissimi bambini; anche se il tempo è poco e gli impegni sono tanti, trovo sempre un momento per dedicarmi al mio mantra e al mio credo. I AM A GAMERCRACY
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